Scrivere… sognando di farne un lavoro

“…a prescindere dal correre in modo atletico o camminare un po’ sgangherato, perché nessuno vuole essere mantenuto (e male) racimolando le briciole. Non abbiamo bisogno di pietistiche ghettizzazioni. Servono invece comprensione ed empatia per capire che, cambiando prospettiva, è possibile tirare fuori il meglio da ognuno…”

Questo è un estratto del post che ho letto ieri su Fanpage.it a firma di Iacopo Melio che mi ha fatto riflettere.
Mi ci sono ritrovata, dato che dopo la depressione post diagnosi di AF avrei potuto riprendere a studiare, diplomarmi, frequentare l’università. Ma ho evitato.

Perché?

A 18 anni sono stata classificata “disabile al 100% con obbligo di accompagnamento permanente, perché impossibilitata a svolere le normali attività della vita”, quindi è vero che avrei potuto laurearmi, diventando comunque ciò che volevo, però su carta. Solo su carta.

Farne il mio vero lavoro… semplicemente impossibile!

Sognavo di diventare archeologa, e più precisamente Egittologa, fin da bambina.
Vi risparmio il saper declinare le dinastie con tutti i faraoni in ordine cronologico, o il mio essere arrivata a 17 anni a studiare i geroglifici più semplici da autodidatta, perché non importa quanta passione avessi, o il decennio speso a leggere e memorizzare  tutto il possibile, nell’attesa di arrivare all’università.
La mia ‘maturità’ non è stata il diploma, ma una parola che mi ha etichettato cambiando tutto: disabile.

Lo sapete come avrei potuto diplomarmi a 20 anni, avendo perso per 2 mesi il quarto anno delle superiori e non avendo frequentato il quinto? Semplice, facendo due-anni-in-uno in una di quelle scuole che fanno corsi privati alla modica cifra di 5000 euro!

Beh, ma poi l’università sarebbe stata gratis!

Vero, ma avrei dovuto frequentare in un’altra città, dato che qui a Parma i corsi che mi interessano non ci sono. Il che voleva dire trasferimento, affitto e mantenimento per me e la persona che avrei dovuto assumere per occuparsi di me H24 vista la mia ‘fortuna’ di non essere autosufficiente.

Questi costi fissi moltiplicati 3 anni di corso di laurea ordinario, più altri 3/5 anni per la specializzazione, immaginate quanto avrebbero richiesto?
Ve lo dico io: TROPPO.

In Italia, se sei disabile conviene che ti scordi di avere sogni, aspirazioni od obbiettivi, a meno di non possedere milioni di famiglia! Sempre che tu ce l’abbia una famiglia che ti fa da badante gratis, ti accompagna ovunque ecc. (ma questa è un’altra storia..)

Se invece, come per la maggioranza delle persone, si appartiene alla classe media e bassa, oltre ad essere  figli unici, magari soli perché rimasti senza genitori già maggiorenni, in quanto disabili lo Stato ci mantiene, poco e male. Molto male.
Noi disabili sopravviviamo, nullafacenti ed esclusi dalla ‘società produttiva’, chiusi tra le quattro mura di casa.

A parte rarissimi casi, un disabile non ha possibilità di realizzazione personale e indipendenza.
Non viene considerato lavorativamente ‘produttivo’, figuriamoci poi ritenere un disabile in grado di fondare e portare avanti un’attività che crei lavoro per altri….

Beh, io sono da sempre un bastian contrario e se qualcosa sembra impossibile perché nessuno l’ha mai fatta pima: la faccio. Punto.
Così, quando è mi è stato chiaro che il lavoro da Indiana Jones era meglio accantonarlo per non rischiare di inciampare nella frusta, mi sono fermata a pensare a cosa volessi e sapessi fare. Qualcosa in cui le mie abilità coorporee fossero del tutto ininfluenti.

La risposta è stata: SCRIVERE.
Dal 2008 ho iniziato la mia carriera di scrittrice in autoproduzione, reclutando intorno a me una copertinista e grafica, una editor per le correzioni e un’illustratrice, per poi andare personalmente a fare stand in fiera per vendere i miei libri.
E ho perseverato così a lungo, che i professionisti intorno a me, illustratori per lo più, sono arrivati ad essere quasi una ventina, così ho capito che era ora di una svolta.

Dal 1 gennaio 2018 faccio parte di Casa Ailus, un collettivo di artisti in autoproduzione da me creato e retto nelle vesti di MammAilus.

Certo, non ci esce uno stipendio per nessuno.
Gli unici introiti vengono dai nostri libri autoprodotti, che a malapena ripagano le spese di stampa e stand in fiera.
Per cui nessun guadagno, unicamente pareggio, quando va bene.
Eppure continuiamo, orgogliosi di creare ogni nostra pubblicazione con tutta la cura e la professionalità possibile.

Dopotutto si sa com’è lavorare da privati nella cultura in Italia sperando di mantenercisi, no?
PURA ILLUSIONE.

Inoltre io sono ‘disabile al 100% non autosufficiente’, dunque qualunque competenza abbia e qualunque cosa realizzi, non sarà mai lavoro. Non retribuito come tale, con tasse, contributi ecc., almeno.

Ma, ehi, per essere disabile in Italia almeno non me ne sto chiusa in casa a far niente.
Devo esserne felice! Giusto?

NO.

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