Mettersi a nudo

Qualche giorno fa ho pubblicato su FB il mio primo shooting sexy e mi sono ritrovata a pensare su quanto sia facile mettersi fisicamente a nudo.

Cerco di spiegarmi:
nel mondo occidentale in cui il corpo femminile viene ostentato anche solo per fare la pubblicità delle chewing gum, in cui la fisicità femminile tra skinny e curvy divide e crea battaglie social, e dove spesso le donne stesse (molto più dei prevedibili e triviali commenti da ‘leoni da tastiera’ del maschio alpha di turno) creano crociate e bersagliano le loro simili rasentando la bullizzazione commentando questo o quello scatto (anche dell’attrice famosa ancora grassa dopo la gravidanza, con i capelli spettinati e gli abiti trasandati perché sta andando a far spesa e non sul red carpet, con cellulite, rughe ecc. ecc.) esiste ancora un buon motivo per mostrarsi?
Sì, io credo di sì.

Mettersi a nudo, vuol dire molto più che mostrare qualche centimetro di pelle.

Io ho iniziato a farlo quando l’AF mi ha obbligato a sedermi in carrozzina.
Dopo più di 20 anni con l’Atassia di Friedreich sulle spalle ho deciso che utilizzare la carrozzina era l’unico modo per migliorare la mia qualità di vita.
Con ‘le ruote’ mi sono resa conto che la gente ha cominciato a vedermi, vedermi  davvero e, dalla mia nuova prospettiva, anche io ho visto tutto sotto un altro punto di vista. A partire da me.

Ho avuto un percorso di vita tortuoso e ho subito una quantità di vessazioni psicologiche tali, nell’arco di tutta la mia adolescenza, che il rapporto con la mia immagine era difficoltoso molto prima dell’AF.
Mi tolleravo a malapena, ma non mi amavo né mi accettavo, e tentavo di rifarmi costantemente da capo per cercare di sfuggire al senso di inadeguatezza, di essere indesiderata, e considerata strana, che mi perseguitava da sempre.

Dal 2004 al 2017, sono stata praticamente di ogni foggia e colore, cambiando stile, trucco e abbigliamento perché il cambiamento fosse totale. Purtroppo, però lo sembrava solamente, perché la bambina rifiutata e spaventata dal giudizio altrui rimaneva.

Anche per questo a 19 anni, in concomitanza con la diagnosi che spiegava almeno la parte fisica della mia ‘stranezza’, mi sono avvicinata al Cosplay.
Vestire i panni di tanti personaggi diversi: maschio, femmina, buono, cattivo, demone, guerriero, eroina, principessa, vampira, pirata, mago, avventuriera… Era, ogni volta, una sfida ad interpretare un ruolo differente, scoprendo in me stessa i punti di contatto con quella particolare ‘identità’.

Alla fine la forza, la determinazione, il coraggio, così come la solitudine, il dolore e il desiderio di rivalsa, come anche la dolcezza, la spensieratezza e l’allegria che fingevo e mostravo solo in cosplay, mi è entrata dentro.
O, meglio, me l’ha tirata fuori.

Tutte quelle emozioni da finte sono diventate vere, perché le ho riconosciute e ritrovate in me stessa.
Il costume è passato da essere armatura, nascondendomi e sostenendomi, a specchio di una parte di me, tante parti, fino a ridiventare unicamente il gioco che è.

Frantumarmi in più di 70 parti distinte è servito per ricostruirmi in un solo pezzo.

Mi sono riscoperta a piacermi, riuscendo ad accettarmi, perché finalmente mi sono sentita integra e diventata sicura di me stessa.
In breve: ho iniziato ad amarmi. Pregi e difetti.

Amo l’hobby del Cosplay, ed è stato ciò che ne ho tratto a spingermi a mostrarmi esattamente come sono. Carrozzina compresa.
Per questo ho fatto il mio primo, ma non ultimo, set fotografico sexy.

Sono disabile e quindi?
Io mi piaccio, per cui mostro il mio lato sexy, se mi va.
Mettersi a nudo è facile, se si parla di pelle, molto meno se si parla di anima, ma se ci si riesce è liberatorio.

Il segreto è scoprire che il potere non è qualcosa che gli altri hanno su di noi, è qualcosa che siamo noi a dare loro.
Guardatemi pure se volete, non vedrete altro che ciò che io ho deciso di mostrarvi! Il potere sul mio corpo è solo mio!

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