La casa del Cuore

Quanti di voi si sentono a casa, sentono di appartenere al luogo in cui sono nati? Che sia il vostro paesino natale, la città dove vi siete trasferiti, avete compiuto gli studi, e/o trovato lavoro, la nazione di cui siete cittadini.
Tutti? Quasi tutti?
Ecco, io no.
Non mi sono mai sentita ‘a casa’ né di appartenere, sia a Parma che all’Italia.
Sia chiaro amo l’arte, il buon cibo (in particolare i salumi delle mie parti e la pizza), certi paesaggi, anche la lingua italiana, essendo una scrittrice, ma sono tutte cose che anche un turista ama. Forse anche più di un italiano che qui ci vive, perché non le da per scontate.

Per anni ho pensato che fossi preda delle mie fantasticherie archeologiche: andare in Egitto a 15 anni, quando lo sognavo da tutta la vita e avrei voluto, da grande, diventare egittologa, fu la realizzazione di un sogno.

Poi a 18 anni, quando la mia passione erano gli anime e manga, i cui personaggi ridisegnavo forsennatamente con il mio esiguo talento di studentessa del liceo d’arte, mi fu regalato un viaggio in Giappone per la maggiore età (ci tornai anche una seconda volta nel 2007, a 22 anni).

Oltre a questi due viaggi, sia prima che dopo, ce ne sono stati molti altri: Tunisia, Marocco, Grecia, Londra, Parigi, Budapest, Cornovaglia, Scozia.

Ogni volta che viaggiavo, ogni volta che uscivo dall’Italia, mi sentivo come se la mia mente si espandesse, ero curiosa di scoprire e assaporare ogni differenza, di provare la vita comune lì dove mi trovavo (ho la strana mania di girare all’estero senza cartina o gps in mano e, spesso, infilandomi nel primo supermarket/negozietto di alimentari per comprarmi cibo comune di chi ci fa spesa ogni giorno).

“La vita è un viaggio. Viaggiare è vivere due volte.”

Questo diceva Omar Khayyam in una sua celeberrima frase, e ogni viaggiatore sa quanto sia vero, ma… non io.
Io ho sempre sentito di vivere solo in viaggio. Appena torno a casa ricomincio a sopravvivere, nient’altro, in spasmodica attesa della prossima meta.

Certo, essendo disabile la mia vita giornaliera non è né facile né piacevole. Se poi ci si sommano le barriere architettoniche, le ingiustizie sociali, le discriminazioni grandi e piccole, e un menefreghismo e scortesia in cui solo gli italiani (mi spiace scriverlo, ma è proprio così) sono campioni mondiali ai danni di chi è ‘diverso’, è facile capire le ragioni del mio particolare sentire.

Poi nel 2009, quasi per caso, scegliendo la meta di viaggio seguendo le mie inclinazioni mitologiche, volendo fare un po’ di quella che i grandi scrittori chiamano ‘ricerca sul campo’ sono finita… a casa. In Irlanda.

L’Irlanda, è stata qualcosa di diverso da tutto. E’ stato tutto.
E’ stato Amore, non potrei spiegarlo altrimenti.
Non l’amore, o meglio l’innamoramento di chi trova il/la suo/a compagno/a, bensì l’amore di una figlia che ritrovando sua madre, da cui è stata separata per tutta la vita, la riconosce istintivamente al primo abbraccio.
D’improvviso tutte le briciole del mio cuore, che nemmeno sapevo di avere rotto, si sono ricostituite insieme.
Ho ricominciato a respirare, ignorando che per 24 anni ero rimasta in apnea.
E, per la prima volta, mi sono sentita davvero felice, completa, al mio posto: a casa mia.

Rientrare in Italia dopo quel viaggio, dopo ogni viaggio in cui il verde dei miei occhi si riempie del verde dei suoi prati, è stato un dolore indicibile.
La gioia, l’allegria, la spensieratezza, tutto il mio cuore rimaneva, e rimane tutt’ora, con ‘Mommy Eire’.
Qui in Italia c’è solamente il mio corpo, non la mia anima. Mi sento in esilio, costantemente incatenata ad un luogo a cui non appartengo; fatto solo per farmi scontare pene, dolori, problemi, umiliazioni per la sola colpa di essere nel posto sbagliato.
In una nazione che non amo e che non fa nulla per farsi amare, trattandomi costantemente da cittadino di serie B.

Sì, alla fine la verità è questa: in Italia mi manca l’amore.
E il tornare da ‘Mommy Eire’ appena posso, come è stato nel 2011, 2014, 2016 e 2018, è l’unica cosa che mi fa resistere.
Anche se non è più abbastanza.
Di vita ne abbiamo una sola, e passarla sopravvivendo, male, in un posto che non è il tuo, con davanti un futuro plumbeo che inghiottirà tutto come un buco nero, non si può.
Almeno io non posso.

L’AF ogni giorno si mangia un pezzettino di me, per cui non ho tempo di aspettare e sperare.
Questo è già il mio ultimo ritorno, perché il prossimo viaggio che mi porterà finalmente ‘a casa’. A vivere in Irlanda, tra le braccia di ‘Mommy Eire’.
Solo così, finalmente, per ogni viaggio che farò partendo e tornando da lei, per me sarà davvero vivere due volte.

‘My heart is green like her hills.
My mind has no limits like her sky.
My soul is deep like ocean near Cliff of Moher.
My life, my love, my mother, it’s Ireland.’

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